Leggende e folklore cilentano: Citto Citto, arriva lu Munacieddu.

munaciedduChi ha parenti cilentani o semplicemente qualche amico cilentano, avrà sentito nominare qualche volta il “Munacieddo”: singolare figura simbolica protagonista di tante leggende cilentane. Mai sentito nominare? Provate a chiedere nel Cilento.
Di paese in paese, ogni comunità custodisce la sua versione personale della storia del “Munacieddo”, sempre descritto con lo stesso aspetto e con una particolare attitudine a fare piccoli dispetti a destra e a manca.
“Accuortu a lu Munacieddu!”, “Mi pari nu Maunacieddu!”, “Citto, che arriva lu Munacieddu!”… Quante volte le nostre nonne cilentane hanno citato questo misterioso personaggio (di cui ogni bambino, siamo sicuri, ha avuto un po’ di timore).
Ma chi è il Munacieddo? La sua figura è tipica dell’intero Sud Italia, dove è conosciuto con nomi diversi. Un personaggio plurisecolare che compare anche in numerosi paesi del mondo, sotto varie forme diverse. Si pensi ai folletti della cultura celtica e pagana, spiritelli benigni o maligni, solitamente molto dispettosi, sempre caratterizzati da bassa statura e carattere assai mutevole.
Coperto da un saio da monaco, spesso descritto con una lieve gobba e dall’aspetto deforme, seminascosto dall’abito, la leggenda più conosciuta del Munacieddo cilentano pare che abbia origine a Napoli. Nel lontano 1400 si racconta che Caterinella, giovane napoletana benestante, partorì un bambino deforme, che inizio a coprire con un saio da monaco datogli dalle suore presso le quali la fanciulla era ospite. Caterinella venne rinchiusa infatti in un convento dopo la morte del suo sposo, assassinato, si diceva, perché non benvoluto dalla famiglia della giovane fanciulla. Il bambino cresceva assai vivace ma purtroppo morì in tenera età, gravemente ammalato. Da allora si narra che lo spirito del bimbo apparisse continuamente alla gente, che iniziò ad attribuirgli oscuri poteri magici.
Altra antica leggenda narra di un monaco che andava di casa in casa, offrendo preghiere e altri servigi. Grazie alla sua piccola statura riusciva ad entrare agile e furtivo in ogni casa, passando attraverso i canali in cui si calava il secchio per raccogliere l’acqua. A lavoro ultimato, se non retribuito per la sua prestazione, il piccolo monaco beffardo ringraziava con dispetti di vario genere.
Tra sacro e profano… Spirito buono o cattivo?
La credenza popolare ha trasformato nel tempo la figura del piccolo monaco beffardo – inizialmente un demone malefico – in uno spiritello buono, di cui tante leggende si narrano da sempre nelle terre campane e soprattutto cilentane. Attenzione però: ricordate che il Munacieddo non ha mai perso il vizio di fare burle e dispetti… Occhio!

Anna Izzo

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